Papà

Quando l’orologio smette di ticchettare

22 gennaio 2018

L’orologio segna le 23.11 di un giorno qualsiasi. E’ uno di quei led fluorescenti appesi al muro tipo farmacia. Troppo luminiso e un po’ distonito rispetto il luogo dove si trova. Si perché è attaccato esattamente sopra la nursery del reparto di neonatologia pediatrica. Lo guardo appena fuori dalla sala di aspetto, quasi ipnotizzato, vorrei vedere una lancetta girare per darmi la sensazione del tempo che passa. Ma sembra che qualcosa negli ultimi giorni abbia letteralmente smesso di girare.

Potrebbe essere la fine del mondo o la nascita dell’universo, la finale dei mondiali o il giorno della repubblica. Poco importa, ci sono luoghi capaci di nasconderti il mondo intorno. Oppure è il mondo che li nasconde da sé. Perché ne ha paura. Perché forse troppo belli o troppo brutti nello stesso tempo, perché le cose che vi accadono sono semplicemente troppo ed emozionalmente travolgenti.
Uno di questi secondo me è il pronto soccorso ostetrico.

Aspetto, e sono parecchie ore che lo faccio, e cerco di ignorare per cosa lo faccio.
Chiara è seduta su una seggiola ed è quasi accasciata su se stessa, quasi implosa, raccolta in un dolore fisico che prelude cinicamente, il dolore mentale. Una forma di dolore che spiana la strada, apre la porta demolendo il corpo della donna pezzo per pezzo per lasciarlo vuoto, svuotato, mentalmente impreparato, alla sofferenza più forte.

Eppure solo due giorni fa l’orologio aveva avuto un’accelerazione, aveva preso a ticchettare veloce e bruscamente il mondo aveva reagito girando ad una velocità inaspettata. Quella era la velocità del cuore quando ti dicono che una nuova vita sta per travolgere il tuo essere genitore.
E se ti dicono che il tuo desiderio si sta per avverare non puoi che avere un sussulto, una di quelle cose che vuoi gridare fuori, ma cerchi di mantenere un contegno, eviti di acchiappare il primo che passa per strada per raccontargli quanto questo mondo infondo ti piace davvero un sacco.

E cosi ti trovi a ringraziare in silenzio il signore dello smistamento lassù, quello che tiene le chiavi del portone sotto la sua lunga barba bianca. Lo ringrazi perché ti ha fatto il regalo che volevi, quello che metti sotto l’albero, ma tanto sai che non durerà fino alla notte di Natale. Il regalo più bello, quello che in effetti non apri solo a Natale, ma scarti tutte le mattine quando apri gli occhi e cerchi di uscire dal letto senza svegliare nessuno.

La porta si apre e una dottoressa, con il camice spiegazzato dalle notti un po’ troppo lunghe, si affaccia dall’altra parte del corridoio per chiamare Chiara.
Entriamo. Lei parla, si fa spiegare, ci parla, ci spiega, prende appunti al pc. Tuttavia c’è una sola cosa che mi preme, vorrei farla tacere per arrivare subito a vedere il monitor.
Il giorno prima avevo visto un piccolo cuore che batteva lì dentro e ora desideravo vedere solo quello. Sono talmente concentrato su questo pensiero che mi accorgo con un istante di ritardo che Chiara si è alzata ed è già oltre il paravento e sta per salire sul lettino ostetrico.
Ed è una raccolta talmente violenta di emozioni quando il monitor si accende che ho paura le persone nella stanza possano sentirle o peggio vederle trasudare dai pori della mia pelle.

Il monitor si accende e il medico ci mette quell’istante in più a centrare l’immagine. Quel tanto che basta per farmi capire senza neanche che abbia ancora detto nulla.
Raccolgo i cocci di lucidità che riesco a trovare sul pavimento e stringo forte Chiara.
Vorrei non ci fosse più bisogno di parlare, vorrei prenderla e portarla via di li. Vorrei difenderla dalla luce troppo gialla del neon sopra di noi, vorrei far comparire su quel dannato monitor l’immagine giusta. Vorrei non vederla fingere che tutto è sotto controllo. Vorrei solo abbracciarla finché il male di questo schiaffo morale non sia evaporato.

A distanza di settimane da quella notte, l’orologio ha ripreso, lentamente, a segnare sessanta minuti all’ora.
Ci è voluto un po’, e forse ci vorrà ancora un po’. Per Chiara, per la sua forza, per la capacità della mamma di essere donna e mamma insieme. Per la sua energia fertile, creativa, capace di rigenerare vita dalla vita stessa, di rinascere da un corpo colpito per dimostrarci sempre ogni giorno che la forza della vita nascono dall’infinitamente piccolo ma sempre
da un amore infinitamente grande.

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