Papà

Fare il papà è un gioco da ragazzi

19 marzo 2018

Quattro anni fa. Se mi avessero detto cosa avrebbe voluto dire essere padre non ci avrei creduto.

Ricordo molto distintamente il momento preciso in cui dissi a Chiara: lo facciamo un bambino?

Ok diciamocelo, credo sia stato qualcosa di molto profondo a spingermi verso quella richiesta, un misto di amore per mia moglie e di gioia di vivere, tanto da avere la necessità di trasformare l’energia delle emozioni in qualcosa di concreto. Creare una nuova vita.

Tutto quanto ha gettato le basi per quello che è venuto dopo. Tutto quell’amore è rimasto, si fortificato, si è stratificato, ha maturato. Quello che non sapevo, che neanche lontanamente immaginavo, era la strada che mi sarei trovato a percorrere per arrivare ad oggi.

Vediamo se riesco a spiegarmi meglio.

 

Il pacchetto regalo

 

Quando il giovane uomo scopre che una nuova vita sta per arrivare, che sarà genitore è tutto un potpourri di emozioni. Eccitazione. L’uomo è felice, gira il mondo quasi in cenno di sfida, perché sarà padre, e avrà delle responsabilità importanti.

In questo momento il neo padre, ignora totalmente ogni indicazione e suggerimento per il periodo avvenire. E’ lui il padre, lui sa, lui ce la può fare. Lui, quello che non ha mai perso una sfida. Cosa sarà mai, poi, qualche ora di sonno persa.

E’ il periodo della gioia incontrastata, quasi altezzosa, in fondo nessuno è stato padre prima di lui (proprio no!).

Già in questa fase i genitori si dividono in compiti. La mamma: la praticità, le ansie, la pianificazione di ogni singolo attimo pre e post partum (mi ha sempre lasciato assolutamente affascinato come Chiara preparava la borsa per l’ospedale, ma questa è un’altra storia, ndr). Il papà: il problem solving assoluto, quello del ‘non ti preoccupare, mica accade a tutti i bambini, e comunque quando accadrà la gestiamo alla grande’.

 

Reso in garanzia

 

Poi arriva il parto, la corsa in ospedale, l’amore, la paura. Il papà vive ore, giorni di forte stress. Si perché è lui che reggerà tutta la tensione sulle sue spalle, il peso dell’organizzazione, le comunicazioni con i medici e i parenti ansiosi di conoscere il pargolo. Senza di lui tutto s’incepperebbe.

Il suo ruolo è pari a quello dell’allenatore di calcio. Urla tanto, si sbraccia, ci mette la faccia, ma poi la partita in realtà la giocano gli altri.

Poi arriva Lui (o Lei) e il ruolo del papà si esaurisce. Con orgoglio il papà si mette in un angolo e lascia che l’esserino prenda i suoi giusti spazi. La star del momento è lui.

In questa fase, complice la stanchezza, il travolgimento emotivo e la permanenza in ospedale, il papà vive la sua ignara consapevolezza senza curarsi di quello che inevitabilmente accadrà di lì a poco.

Superata l’enfasi iniziale, quindi, inizia quello che un esperto di progetti innovativi (perché un bambino non lo è? Ndr) definisce: accelerazione.

Già. Una volta varcata la soglia di casa con il figlioletto nell’ovetto (si, la culla è superata), il neo papà lo guarda e inizia a chiedersi dove le infermiere hanno infilato il libretto di istruzioni. Il pupo dorme, ma non si sa mai. Sa bene, in quanto esperto di montaggi Ikea, che anche la più facile delle cassettiere nasconde insidie nascoste e bulloni dove non ti aspetti.

Ed ecco infatti, che il pargolo si desta in tutta la sua giovanissima voglia di farsi conoscere.

I giorni iniziano ad allungarsi in una sorta di deviazione spazio temporale fatta di notti insonni, colichette, cacche e mostruosità che il neo papà neanche pensava potessero esistere al di fuori dei film di Dario Argento.

Quando il papà conosce la quantità di prodotti organici che la giovane creatura produce, si convince che qualcosa non vada e che ci sia un difetto di fabbrica.

Il libretto di istruzioni non si trova e non rimane altro che il reso in garanzia. Forse.

 

Io te e l’altro

 

Superati brillantemente i primi mesi, il papà è a questo punto un padre navigato ed esperto. Non c’è cambio di pannolino che lo spaventa e il momento della pappa non viene più affrontata come l’attraversamento di una risaia in Vietnam. E’ orgoglioso di se stesso.

Il rapporto tra il pargolo e la mamma è consolidato, mentre quello con il papà è tutto un divenire. L’attività principale del papà è quella di cercare uno spiraglio ed infiltrarsi nel rapporto quasi riservato che la giovane creatura ha stabilito con la mamma.

Il papà si aggira quindi nervoso intorno alla coppia mamma-figlio come un leone maschio escluso dal branco si aggira intorno alla pozza d’acqua (se avete visto il Re Leone, allora sapete che mi riferisco a Scar, ndr).

Il letto è diventato il principale luogo di scontro. Prima area riservata al suo riposo e alle effusioni con la sua compagna di vita, dopo si trasforma in luogo di contesa e di confini. Dove non esistono più posizioni acquisite e lo scontro si riassume in una sorta di no-fly-zone imposta tra un lato e l’altro del materasso.

Anche le ore dei pasti non sono più dolci e tranquilli momenti di incontro nella coppia. Il papà capisce in fretta chi e come abbia coniato il termine fast-food: sicuramente era un padre di una famiglia numerosa.

 

Un gioco da ragazzi

 

Sono passati un paio di anni da quando il papà si è risvegliato ed ha conosciuto la Matrix.

Ora sa cosa c’è là fuori. Adesso è consapevole del suo ruolo nel delicato equilibrio famigliare, di quanto la sua importanza nella crescita del pargolo non si fermi solo a portare i pannolini usati fuori dalla porta o a montare complicati giocattoli 0-3 anni.

No, ha capito bene che il papà è un tassello fondamentale nella maturazione e nella formazione del piccolo Padawan (Jedi, ndr). Il suo ruolo è chiave e, come sospettava da tempo, perno fondamentale nello sviluppo di quella coscienza emozionale che porterà il bambino ad essere un adulto completo di li a poco. E in effetti, il papà non fa molto, non allatta, non svezza, no, di fatto fa quasi e nulla in confronto a quello che fa la sua controparte femminile. Certo fa poco, ma quel poco è qualcosa di cruciale, è quel qualcosa che quando manca si sente e chi sa di cosa stiamo parlando lo capisce.

Per il papà ad un certo punto scatta il momento dei giochi. Si, e riscopre quell’infantilità nascosta dentro di lui, quella che lui conosce bene e che da adulto ha sempre visto come la sindrome di Peter Pan.

E’ così che avviene ad un certo punto una sorta di rivincita tutta al maschile (o femminile). La fase in cui l’unico vero esperto mondiale di costruzione astronavi in Lego Duplo, è solo ed unicamente lui, il papà. Lui, l’unico esperto universale di gare di Cars e guai a negarlo.

 

D’altronde una cosa l’ha capita il papà, e l’ha capita proprio bene, fare il papà non è una cosa per tutti, ma soprattutto è una cosa di tutti, ed è sopra ogni cosa un gioco da ragazzi. O tra ragazzi.

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