Viaggi

Tornare negli USA, con bambini

11 giugno 2018
Tornare in USA con bambini

Ve lo dico, vi sto scrivendo con in testa Johnny Cash.

La testa china sulla tastiera e sul foglio bianco luminescente del monitor, nell’aria la sua chitarra, dolce, distonica. Per raccontarvi quello che sta per accadere dovevo avere un pezzo di memoria nelle orecchie, raccogliere la sfumatura giusta per passarvi con energia quello che la Big Bang Family si sta apprestando a fare.

Quindi sedetevi comodi, allacciate le cinture, vi portiamo con noi.

Ma dove?

Ok, non ci giro troppo intorno. Tra poco più di tre settimane, io, Chiara, Filippo e Ludovico (in arte Lulu, ndr), precisamente a quest’ora saremo su un volo in partenza da Londra e diretto verso la costa Ovest degli Stati Uniti d’America.

Davanti a noi 12 ore di viaggio, tanti gelati (quelli della Delta danno assuefazione, ndr), infiniti succhi di frutta e passeggiate lungo i corridoi dell’aereo.

L’ultima volta in quel lato del mondo è stata cinque anni fa. Io e Chiara da soli, appena sposati, l’energia del vento in poppa che non si ferma mai, incapaci di fermarci e mai sazi di vita, di emozioni, letteralmente il biglietto da visita della nostra storia insieme.

Per noi il viaggio è da sempre qualcosa di molto differente di quello che semplicemente chiamiamo vacanza. Il viaggio dona, il viaggio resta, ti fa crescere, ti porta su nuove strade. Ed è così che decidemmo di metterci veramente per strada, e che strada.

Ricordo molto bene. Partimmo per la California sul ritmo del pezzo ‘California here we come’. Era ancora l’alba, ma il sonno era stato divorato dall’eccitazione per una meta che per noi ancora non aveva davvero un volto, che non conoscevamo.

E cantavamo (ci vedete? Ahah). Sembrava il tripudio dello spot della Coca Cola e della Pepsi messo insieme. Mi ci vedete a mangiare Jelly Bellies a torso nudo con dietro il Gran Canyon?

Un’avventura da tutti i punti di vista e in qualche modo avevamo sottovalutato cosa stavamo per affrontare quando mettemmo piede all’aeroporto internazionale di San Francisco. E ricordo ancora la foto da italianissimi in vacanza, non ancora fuori dal terminal arrivi, sotto la scritta Welcome to San Francisco.

Insomma, nessun dei due sapeva bene cosa ci avrebbe atteso là fuori, oltre a qualche nozione base fornita dal manuale ‘Don’t Forget do learn about USA’ con mentor d’eccezione quali Bruce Willis e Fonzie di Happy Days.

Avevamo semplicemente prenotato un viaggio. Volevamo un’esperienza. Qualcosa capace di lasciare il segno. Un po’ come quando al ristorante scegli il menù degustazione. Non sai bene a cosa andrai incontro, ma sai che sarà un percorso esperienziale.

E fin qui tutto ok. Tuttavia, fu chiaro da subito cosa non avevamo colto, cosa non avevamo neanche nemmeno immaginato. Essere catapultati da Milano Linate al Sea Side della Bay più famosa d’America (quella di San Francisco, ndr) in così poco tempo, lascia un po’ storditi all’inizio. Quando arrivi ti chiedi subito dove finisce l’immaginario collettivo di quell’angolo d’America e dove comincia la realtà. Mi spiego meglio.

Mamme che facevano jogging con il passeggino, la Coppa America, il Pier 79, i panini con il crab, lo Skyline, il Golden gate immerso tra le nuvole, i tombini fumanti, il Japanese Tea Park, i campus.

Ovunque ti voltavi era immersione più completa in tutto quello che la televisione ci aveva passato per almeno trent’anni.

Lo so, questo vi dirà poco e nulla se non ci siete stati. Ma fidatevi di me (lo so che vi chiedo molto), è difficile spiegarvi lo shock iniziale.

E non era finita lì. Dopo i primi giorni in una delle città più belle al mondo, eccoci sparati sulle strade americane, verso est, alla ricerca di non so cosa, ma convinti di colmare il vuoto cosmico che lo stomaco della curiosità aveva creato nelle nostre pance.

E fatemi dire, tutto quello che conoscete dalle avventure di John Wayne, è vero. Semplicemente vero.

Il far west non è stata un’invenzione di Sergio Leone, ma solo una sua stupenda interpretazione. Trovatevi a guardare la prateria nella Monument Valley dall’alto di una mesa. Poi mi saprete dire.

E non resisterete a fermarvi ad una piccola pompa di benzina, lungo un’assolatissima strada statale, e comprare nell’ordine: pop-corn blu, barrette di carne e formaggio, e il rifornimento di ghiaccio da mettere nel baule dell’auto. Come credete ti tenere al fresco i litri di bibita ipercalorica gasata se dovete percorrere 300 Km nel deserto del Nevada?

Insomma, tra tre settimane cosa ci sarà di diverso?

Mi verrebbe da dire nulla. Saremo io e Chiara. E torniamo su quella faccia del globo, non per ripercorrere, ma per riprendere dove ci siamo fermati. Non per rivivere, ma per riempire. Non per vedere, ma per guardare e raccontare. Quello che è veramente diverso da allora è che lo faremo attraverso gli occhi di due piccole menti ansiose di assorbire, due giovani gambe ansiose di macinare strada.

Il viaggio con loro. Questo tipo di viaggio, quello che ho malamente e in poche parole cercato di introdurvi qui, supera tutte le ansie e ripaga tutte le fatiche di uno spostamento così importante. Quello che conta non sono le ore di volo impiegate a far dormire il piccolo nano da giardino. No no, per nulla. Quello che ci porteremo a casa da questa storia sarà quell’attimo, quel breve istante, in cui i suoi occhi si apriranno davanti agli sgargianti colori dell’Antelope Canyon o faticheranno a spaziare tra una gola e l’altra di Canyonlands.

E ci stupiremo, quando i suoi occhi saetteranno tra una mesa e lo sgargiante tappeto del deserto dipinto. Quello sarà il nostro viaggio nel viaggio, la nostra esperienza trasferita in qualcosa che rimarrà per il futuro, lasciando molto più di un ricordo, ma le basi di una nuova storia da raccontare.

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